Il Mulino di "don Giannino" prende il nome da un famigerato signorotto vissuto nel Seicento, tristemente famoso per via dello "jus prime noctis" che applicava alle tenere maritande.
Edificio facente parte di una maestosa e composita costruzione, l'opera di restauro è stata portata a compimento rispettando l'originale stile dell'imponente costruzione. Il Mulino è stato recuperato all'antico splendore, con il suo civettuolo prospetto dominato dai possenti torrioni, le famose "sajitte" le saette o condotte forzate (dal latino sagitta, freccia).
Testimoni mute di un periodo di splendore e vitalità, simili a enormi torrioni di mitiche fortezze, restano le sentinelle che guardano il loro fiume, che un giorno, invece, scorreva dentro di loro con tutta la potenza e l'esultanza delle sue acque. Così, sfruttando il corso del fiume con una rete di canali costruita appositamente per il mulino, l'acqua arriva fino alle "sajitte" cioè alle condotte forzate, attraverso le quali cade da un'altezza di quindici-venti metri con una forza impressionante e con la velocità di una saetta.
Alla base del mastodontico torrione vi è un tubo del diametro di circa quindici centimetri dal quale passa il possente getto d'acqua che va a finire sulle pale di una ruota orizzontale al centro della quale c'è una trave (o asse verticale) collegata con la macina soprastante.
Il periodo di maggiore floridezza il mulino lo vive nell'Ottocento, primi anni del Novecento; l'artigianato si sviluppa in maniera sorprendente, con una forte esportazione di manufatti nei paesi limitrofi. Con l'avvento dei mulini fiorì anche un artigianato collaterale che con il passare del tempo, divenne sempre più esperto e richiesto: gli scalpellini, la cui opera era alla base nella costruzione di un mulino e ben presto la loro attività si elevò a vera e propria forma di arte.
L'agricoltura naturalmente resta la principale attività dei mammolesi, nuove terre sono messe a coltura in poco tempo, località come Cami, Cardeto, Aceri di Novari, l'altipiano della Limina, danno il fabbisogno in cereali, legumi e tanto foraggio. Con l'introduzione del mais o granoturco (panicolo) i mammolesi ne fanno un gran consumo, perché la gialla farina non è usata solo per la polenta, ma anche per essere panificata, le famose "pizzate", il pane dei poveri.
Il mulino diventa così un centro attivo di vita, la gente è costretta a sostarvi lunghe ore in attesa del turno di macinazione, i discorsi si intrecciano, si commentano i fatti più salienti del paese. D'inverno arde in continuazione un grosso ciocco e attorno ad esso siedono uomini e donne intenti a discutere, le più anziane fanno la calza, le più giovani ricamano o lavorano a maglia. Dopo le chiese i mulini sono i posti più affollati, dove le notizie si propagano in modo capillare, intanto le macine girano, girano, mentre sotto di loro scorre un rivolo interminabile di farina bianca, o gialla, che emana un caldo aroma assieme ad una polvere che impregna di sé uomini e cose.
Adesso il Mulino con la sua cucina tipica le oramai famosissime specialità a base di stocco, il suo arredamento interno tra il rustico e il moderno, è tra i migliori ristoranti calabresi che gestito dalle famiglie Nizzardo fanno trovare alla clientela la calda atmosfera di un tempo e, soprattutto, i sapori intensi della tradizione. |